Pensieri

24 Apr

I muri innalzati sono solo filo spinato,e ancora muri del pianto,
i forni di uomini..
Echeggiano non solo morti di uomini,
è la nostra umanità ad uscirne decaduta,
che male al cuore
questo posto di furia e vigliaccheria,
se questo è un uomo?

5 Mar

Al Cie di torino stanno tutti scioperando,non mangiamo,hanno preferito la libertà ad ogni mezza umanità..
Al Cie di Gradisca hanno dato fuoco a tutto,ora dormono al freddo e ammassati per terra come topi che hanno perso il lusso delle loro fogne,hanno preferito il pavimento di un letto marcio ceduto per azzittire la sete di benessere
Al Cie di Bologna la gente è entrata,ha preferito soffiare via quelle sbarre,ristabilire la comunicazione
é un subbuglio ovunque,adesso è troppo,adesso non possono piùà decidere loro sulla vita altrui..
Ed io scrivo da una casa dispersa,mi sento quasi lontana,dovremmo andare tutti,vedere con gli occhi,perchè si può cambiare,perchè non c’è onnipotenza nei poteri altrui,non c’è onnipotenza quando si dirige la vita di altri perchè qualcuno prima o poi di quella vita se ne riappropria.
Sul sito fortress europe potete trovare immagini di queste situazioni,potete trovare informazioni dettagliate,i ragazzi dello sciopero della fame stanno male due sono svenuti ma non hanno intenzione di darsi pervinti.
Noi non l’abbiamo provata la fame,questo me lo ricordo sempre,so che non ho la minima idea di cosa si prova a sentire lo stomaco che si contorce,le gambe deboli,la vista appannata,quando si ha fame non si riesce che apensare che al cibo..Ma loro no perchè non basta il pane a sedare l’uomo,a sedare la mente e la passionalità: “Dateci pane,ma dateci anche rose”.
Sento che dobbiamo muoverci, e capire..
Sta accadendo tutto sotto i nostri occhio,non lo vediamo è qui,che vive nella nostra stessa aria,vive conb le nostre stesse persone,ne facciamo parte,non c’è modo di dire che non sono le nostri mani,non sono i nostri cuori..
Noi siamo dall’altra parte fuori dalle sbarre.
Sta accadendo,lo sento scorrere vicino i miei passi,sento lo loro vitra che rintuona nella testa e io so che non deve esistere un posto così,so che non possono esistere reati in cui il reato è la persona stessa.
Se io fossi un reato quale morsa sulla mia testa peserebbe,quella di non avere scelta,qualla di non potersene liberare..

Jafar Panahi libero.

28 Feb

Fonte: la Repubblica, 22 dicembre 2010

Il mondo del cinema lancia un appello online per Jafar Pahani. Un gruppo di Festival – Cannes, Locarno, la Mostra di Venezia, la Cinemathéque francese e svizzera – hanno lanciato l’ iniziativa sul sito www.ipetitions.com.
Il regista iraniano è stato condannato dal tribunale di Teheran a sei anni di carcere, a non girare film e a non avere contatti con i media per vent’ anni. L’ avvocatessa del regista, Farideh Gheirat, ha già annunciato che presenterà appello contro la sentenza. Panahi, un moderato, è colpevole di aver appoggiato l’ Onda Verde dopo le elezioni farsa del giugno 2009. Ora – fa sapere un amico del regista – spera nell’ appello e in una mobilitazione internazionale che pesi sulla sentenza del nuovo giudice.

Le cose sono rimaste così, perlomeno dal dicembre 2010, domani, 28 febbraio 2011, alle ore 20, al Cinema Barberini di Roma, voci autorevoli del cinema italiano si riuniscono per parlare della libertà e della democrazia in Iran e per esprimere la propria solidarietà a Jafar Panahi e Mohammad Rasulov.

Wiki: http://it.wikipedia.org/wiki/Jafar_Panahi

Visione di CIE

27 Feb

Siamo davanti al cie di via Mattei a Bologna.
la struttura si trova affacciata su una lunga via dove le macchine sfrecciano e non c’è neanche il tempo ed il modo di accorgersi della sua esistenza.
Il cie è un insieme di case rosa, nuove, saranno tre complessi è comunque impossibile capire o vedere come è disposto all’interno.
Le finestre sono sbarrate ed è tutto recintato da ferro e sopra ancora per arrivare all’altezza di quattro metri ci sono delle vetrate infrangibili, e ancora muri.
L’entrata è un grosso cancello di metallo, imponente, qualcosa che ti fa capire chiaramente che tu non devi entrare e non devi uscire se sei rinchiuso li dentro; tutto ti fa capire che non ci deve e non c’è comunicazione fra te e il mondo fuori.
Ci sono sei telecamere all’entrata ed è strano perché sono fuori dal cancello quindi non controllano solo chi ci sta dentro ma anche chi da fuori vuole sapere.
Al confine con le altre case accanto c’è filo spinato come a proteggerle da un branco di banditi, ed è questo filo spinato che tra le case rosa mette in evidenza il ridicolo di questa messa in scena, sarebbe come decorare di fiori il coltello con cui vuoi uccidere.
Da nessuna parte c’è un cartello, un’insegna che ti dica esplicitamente che sei davanti ad un CIE, solo un campanello con scritto: CPT.
Dalle fessure delle sbarre siamo riucite ad intravedere tre militari muniti di armi, appoggiati al loro furgone a parlare, se non fossero case rosa lo definiresti un carcere.
Fa strano dare un aspetto a quello che hai solo saputo che esiste, è strano sapere che sono qui, nel silenzio, nell’ipocrisia di queste case rosa che sono rinchiuse queste persone.
Siamo rimaste qui fuori del CIE, in macchina dall’altro lato della strada, comunque lontane dalla struttura e sono uscite due persone; tutte e due sapevano già che volevamo dire loro o chiedere loro qualcosa, sapevano già che questi centri sono sbagliati o che comunque sono da tenere lontani dagli occhi indiscreti.
Ci hanno evitato. Lei si è rifiutata di prendere un volantino che le abbiamo offerto. Lui è letteralmente scappato voltandosi a guardarci. Loro lo sapevano già che vanno a vivere di un lavoro sudicio.

Immigrazione in Italia: è una risorsa o una minaccia?

24 Feb



Fonte: Quattrogatti.info

“Jihad”

23 Feb

” Ti assicuro-dice Jihad-che stare in un Cie è stata l’esperienza forse più traumatica di tutto il mio percorso di vita. Perchè ti trovi con delle persone che non hanno un futuro. Chi finisce nel Cie è una persona annullata. Tu non esisti, è questo ciò che tutto intorno ripete fino ad assordare. Non più esistenza. Non più tempo. Non più dimensioni. Solo un grande vuoto, senza orizzonte, senza prospettiva. E senza la prospettiva, lo sguardo non vede nulla: SI STA NEL BUIO TOTALE.”

Jihad, recluso nel CIE di Ponte Galeria a Roma, una grande gabbia di ferro.

Questo è quello che raccontano le persone che sono state dentro un cie, le persone condannate a vivere una vita di sotterfugi, di sospetti, di paura. Una vita da “clandestini” costretti all’inesistenza, è in questo che sono collocati loro e i centri in cui devono rimanere reclusi.

Jihad è un ragazzo palestinese, che viene da un campo profughi in Libano e in tutta la sua vita ne ha viste di cose brutte ma quello che mi ha colpito è che lui stesso rimane scioccato e traumatizzato dall’esperienza in un cie, descrive con durezza e precisione la condizione di precarietà, di assurdità e di incosistenza di queste persone poste non nella vita ma in un limbo, uno strappo a cavallo della realtà e dell’assurdo: persone senza futuro, senza spazio, senza nome..

Affogano nelle vertigini così dice Jihad perchè troppo è il disorientamento: “un CIE è un posto dove si è tutte persone provvisorie, persone provvisoriamente annullate, si tende a lasciarsi andare”

Jihad vuole che le persone che sono nel centro con lui puliscono la loro stanza, non tanto per l’igiene che comunque non è garantita ma tanto perchè ancora qualcosa di umano e reale li rimanga attaccato, che non riescono a segregare anche le loro dignità.

Immagini.

23 Feb

CIE di Ponte Galeria, Roma.

“L’Italia è nel suo insieme ormai un paese spoliticizzato, un corpo morto i cui riflessi non sono che meccanici. L’Italia cioè non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione. Tutti si sono adattati o attraverso il non voler accorgersi di niente o attraverso la più inerte sdrammatizzazione.”

Pier Paolo Pasolini, Il Corriere della Sera, 9 novembre 1975

Pensieri.

22 Feb

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.”

(Primo Levi)

C.I.E. (Centri di Identificazione e Espulsione)

22 Feb

Ciao! Vi scriviamo per raccontarvi un mondo diverso, un mondo “sotto il mondo”, il mondo dei meno fortunati, il mondo di quelli che conoscono la nostra realtà come una sbarra davanti ai sogni.

I CIE sono centri di Identificazione ed espulsione ovvero centri detentivi per gli immigrati senza permesso di soggiorno, o ai quali è scaduto e non sono riusciti a riaverlo, oppure che sono stati fermati appena sbarcati in Italia. Nei CIE queste persone vivono in container recintati con sbarre e filo spinato, telecamere come guardiani, organi di polizia che sorvegliano la situazione quotidianamente; sono imprigionati senza aver commesso reati. Ognuno di noi può immaginare il dolore, la disperazione. La perdita di speranze e prospettive che tutto questo comporta: le persone impazziscono o imparano a vivere come banditi, come orfani della terra sulla terra. Questi centri mirano ad abolire l’esistenza delle persone che ci finiscono, persone che non hanno storie, che non hanno vite: non tengono conto di alcuna soggettività, personalità: chi ha una famiglia in Italia, chi ha una casa, chi ha dei debiti, chi ha una moglie incinta, chi ha una malattia, chi ha bisogno di un aiuto psicologico. La vita dei detenuti non ha importanza, l’unica cosa che conta in questi centri è l’etichetta che li accomuna: clandestini. Questi centri sono definiti “luoghi necessari per contenere, controllare, bloccare l’immigrazione irregolare”.

Ma la domanda è: chi ha intenzione di pensare a questi “clandestini” come delle persone, persone come noi, che sono pezzi di dolore, di vita? Cosa faranno una volta rispedite alla loro miseria? Cosa sentiranno una volta rinchiuse in una detenzione di cui non sanno il motivo e la durata? Cosa penseranno di questo luogo chiamato Italia che è così crudele, così indifferente e che li ha riportati nei loro paesi come spazzatura da smistare?

Ci sono in questo momento 13 centri in Italia, che nascono come CPT (centri di permanenza temporanea) nel 1998 con la legge Turco-Napolitano e cambiano in seguito il loro nome in CIE. La detenzione dura fino a sei mesi, le persone vi rimangono imprigionate per essere identificate. Successivamente vengono riaccompagnate direttamente alla frontiera; oppure, in caso non sia possibile questa procedura, sono dati loro dei fogli di via per cui devono lasciare l’Italia entro cinque giorni; pena il carcere.

Di fronte a tutto questo, cosa ci dice la nostra coscienza? Possiamo continuare a credere che questi metodi siano necessari; oppure possiamo continuare a fare finta che questa persone non esistano. Ma questa lettera serve a ricordare a tutti noi che queste persone esistono ed il modo in cui vengono trattate non è degno di essere definito umano.